Presentazione

Presentazione

Dobbiamo essere molto grati al dott. Emilio Bartoli che ha avuto l'idea di allestire un regesto dell'attività didattica svoltasi in un trentennio (dal 1979-1980 al 2010) dall'originario Istituto di Filologia moderna all'attuale Dipartimento di Studi greco-latini, italiani, scenico-musicali, attraverso la digitalizzazione delle relative guide per gli studenti pubblicate anno per anno.

Il patrimonio intellettuale di una comunità scientifica è rappresentato in primo luogo dall'attività di ricerca dei singoli studiosi, o attraverso studi individuali o, come avviene sempre più negli ultimi anni, attraverso ricerche finanziate che coinvolgono gruppi anche cospicui di partecipanti. Ma un docente universitario, come un docente in genere, è anche una persona con una sua cifra individuale e irripetibile. Da un regesto come questo, fondato su dati ufficiali, non può emergere l'umanità dei singoli: per questo è indispensabile la testimonianza diretta degli allievi (è il caso del recente e originale Libro degli allievi, Roma, Bulzoni, 2016, che festeggia il magistero di Biancamaria Frabotta, giunta al termine del suo servizio attivo). Emergono però dati ugualmente significativi: come sono cambiate l'organizzazione e le proposte didattiche nel corso degli ultimi trent'anni? E quali erano i docenti che insegnavano all'Università di Roma (non ancora "La Sapienza", come si sarebbe chiamata qualche anno dopo, rinnovando un'antica denominazione)?

Una prima considerazione che s'impone è la preoccupante riduzione degli effettivi. Limitandosi a esemplificare la situazione della Letteratura italiana, risulta che nel 1979-1980 erano impartiti ben otto corsi, tutti assegnati a professori ordinari o in procinto di diventarlo e alcuni, come Walter Binni e Carlo Muscetta, già gravi d'anni e più di gloria: due corsi per la "prima annualità" (tenuti da Gennaro Savarese e Achille Tartaro); tre per la "seconda annualità" (Alberto Asor Rosa, Nino Borsellino, Enrico Ghidetti): tre per la "terza annualità" (Carlo Muscetta, Riccardo Scrivano, Walter Binni). Per i più giovani ricordo che la divisione in annualità era una caratteristica del vecchio ordinamento della Facoltà di Lettere e Filosofia: la materia era via via approfondita, per chi volesse concentrarsi in un certo settore, e la terza annualità, spesso di taglio seminariale, era quella destinata agli studenti che intendevano avviarsi ala tesi presso quella cattedra. Per l'introduzione generale fu operante, per un certo numero di anni, la cosiddetta "Fascia propedeutica", che doveva fornire agli studenti una formazione di base, specie in riferimento a quei temi (metrica, filologia ecc.) che non erano, né sono, oggetto di studio nella scuola superiore.

Ancora trent'anni fa era normale il "corso monografico". Il docente, magari dopo alcune lezioni introduttive, non si peritava a trattare un argomento anche molto particolare, che rispondeva a suoi personali interessi di ricerca. L'idea di fondo era che l'Università, almeno in un àmbito come il nostro, non doveva guidare passo passo il discente nel percorso di studi (per questo c'erano pur sempre i testi da preparare per l'esame che, accanto a specifici saggi monografici, contemplavano una parte generale, affidata allo studio personale), ma metterlo in contatto con un metodo di ricerca; e dunque era ineliminabile l'approfondimento di un tema. Così, nel 1979-1980 Gennaro Savarese proponeva agli studenti di prima annualità un corso incardinato su due moduli: Avviamento alla lettura dei testi drammatici, con esplicito riferimento al Candelaio di Giordano Bruno e alla Poetica di Campanella, e Introduzione all'iconografia letteraria nella cultura italiana. Moduli che ai giorni nostri penseremmo adatti a un ciclo di lezioni per un dottorato di ricerca. E qui si coglie, anche da questo punto di vista, la differenza tra gli studi lato sensu letterari e quelli di altre discipline: sarebbe impensabile oggi, così come sarebbe stato ieri, che in un corso di Diritto penale il docente si concentrasse solo sui delitti contro la personalità dello Stato o che quello di Farmacologia si limitasse a parlare di salicilati.

Questa specificità si è indubbiamente persa. Ma, come avviene per ogni cambiamento radicale, non avrebbe molto senso rimpiangere il passato: meglio cercare, nei limiti del possibile, di riproporre anche oggi, pure in una situazione tanto mutata, quel che di buono il passato ci offriva. In fondo, in un corso di 96 ore (ben più di quelle che erano impartire un tempo da un singolo docente) è possibile affiancare una parte istituzionale a una parte di taglio monografico. Certo è mutato il modo di concepire lo studente: dall'introduzione della riforma del "tre più due" di Luigi Berlinguer si è affermata l'idea di uno studio che possa essere commisurato al numero di ore di lezione (e perfino al numero di pagine da studiare, collegandole a un presunto monte-ore necessario per padroneggiarle). Oggi lo studente ha un suo percorso didattico prestabilito; e se non esiste più lo spaesamento delle matricole d'antan, di fronte a una realtà del tutto nuova rispetto alle note e rassicuranti aule scolastiche appena lasciate alle spalle, certo si rinuncia alla sfida di imparare a nuotare in mare aperto, anche attraverso la possibilità di una certa autonomia nella scelta delle discipline da studiare.

È significativo il fatto che, dai titoli dei corsi prima della riforma non si ricavi immediatamente a quale annualità si riferiscono. Nel 1992-1993 Novella Bellucci (supplente di Giulio Ferroni) svolge un corso dal titolo L'esperienza leopardiana fra tradizione e modernità: lirica, prosa morale, satira: è un corso di primo anno, ma potrebbe essere stato pensato anche per una terza annualità (Leopardi è un evergreen, d'accordo; ma forse i Paralipomeni della Batracomiomachia – a questo poemetto si riferisce per l'appunto il riferimento alla "satira"– non sarebbero considerati un cibo adatto alla dieta delle matricole). E anche un corso per la seconda annualità, La "decadenza italiana": "Rinascita" e crisi della "Rinascita" tra Quattro e Cinquecento (Asor Rosa), che pure affronta un fondamentale nodo storiografico, presuppone una serie stratificata di conoscenze che oggi attribuiremmo a un livello decisamente specialistico.

Riflettere sul passato è una caratteristica costitutiva dei nostri studi. Solo i giuristi hanno altrettanta sensibilità diacronica, mentre per gli scienziati spesso la storia delle relative aree disciplinari è percepita come un lusso: inevitabilmente la Storia della medicina non può competere, come peso didattico e come prestigio, non si dice con la Clinica medica, ma nemmeno con l'Embriologia o con la Radiologia. E riflettere sul passato significa, anche, cogliere la traccia di grandi maestri che hanno insegnato qui (da Ignazio Baldelli a Mario Costanzo, da Pasquale Stoppelli a Walter Pedullà, per aggiungere solo qualche nome, e in aree diverse dalla Letteratura italiana generale, ai pochi già fatti), attraverso i temi monografici che sono stati oggetto delle loro lezioni e il corredo di letture previste per sostenere gli esami. Tutti dati che rischierebbero di essere sommersi, impedendoci di tracciare una biografia intellettuale dei singoli studiosi e delle istituzioni che li hanno visti protagonisti e che ora l'iniziativa di Emilio Bartoli ci rende disponibili.

Luca Serianni

 

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